Su di me

Su di me

Su di me

Iscritto all'Ordine degli Architetti dal 1985. Ho alternato l’attività professionale con attività di ricerca e partecipazione a numerosi progetti e concorsi nazionali ed internazionali. Quale Partner, con l’architetto Giovanni Corradetti ho partecipato ad interessanti attività di progettazione anche all'estero, con progetti per la riqualificazione di aree degradate e per la progettazione di strutture e servizi collettivi. Ho lavorato, inoltre nel settore petrolifero (per Q8 Italia S.p.A., Agip S.p.A., Eni S.p.A., TotalErg S.p.A) quale progettista sia di nuove aree di distribuzione carburanti che per la riqualificazione di quelle esistenti.


La mia attività di progetto e di ricerca creativa prende avvio negli anni Settanta, quando, ancora prima della laurea, sentii l’esigenza di unire il pensiero alla manualità e alla creatività. In quegli anni nascono Ptah e Interno-esterno: opere realizzate direttamente con le mie mani, che considero oggi come un preludio alle esperienze successive, più complesse, ma animate dallo stesso impulso originario.


Alcuni lavori presentati hanno affrontato una sorta di “restauro” dei miei stessi progetti originari, disegnati a mano, con graphos e china, che hanno richiesto cura e ripulitura. È stato un modo per tornare a un’origine del fare.


Essere tecnico con un animo da artista ha significato, per me, affrontare la professione in modo organico, senza compartimenti stagni. Ho sempre cercato di muovermi con la stessa naturalezza tra la grande scala dell’architettura e la dimensione più raccolta dell’oggetto, inteso talvolta come scultura. Idee e materiali, progetto e materia, sono stati trattati con pari rispetto e responsabilità.


Mi riconosco come proveniente da quella che potrei definire la scuola dell’artigiano, prima dell’affermazione della figura del maker, oggi così diffusa. Il progetto e la realizzazione di oggetti, prototipi e soluzioni innovative erano affidati all’artigiano: una figura capace di unire sapere tecnico, esperienza e fare diretto. Si disegnava a mano, con il graphos e la china; il progetto passava dal corpo, dal gesto, dall’errore, con gesti lenti e precisi, che appartengono a una stagione del progetto in cui il segno era già costruzione del pensiero.


Oggi questo processo si è trasformato: gli strumenti sono digitali, i sistemi grafici e di calcolo hanno sostituito il disegno manuale, ma il nucleo del fare rimane lo stesso. Io ho attraversato questa evoluzione senza rinunciare, per quanto possibile, alla manualità come forma di conoscenza.


Le opere esposte nell’area creativa sono state interamente progettate, disegnate ed eseguite da me nella fase realizzativa: legno, ferro, argilla, vetro. Materiali appartenenti a mestieri antichi – la falegnameria, l’officina – che considero ancora luoghi fondamentali di apprendimento. Mestieri oggi in crisi, come lo è quello dell’architetto, costretto a vivere in uno stato di perenne ricerca di nuove risposte a domande che cambiano continuamente.


Ho cercato di non disperdermi, trovando in ogni circostanza uno stimolo adeguato, sia nella progettazione rigorosa sia nel fare artistico-creativo, senza irrigidirmi in schemi preordinati. In questa continua oscillazione tra ordine e disordine – che considero il territorio naturale dell’arte – sono nati molti progetti, soprattutto nell’arte del costruito, capaci di restituire piacere e gratificazione, tenendo insieme modernità e tradizione.


Su questi due concetti ho sempre cercato di lavorare su un doppio livello: quello critico-logico e quello dell’elaborazione intellettuale e creativa, evitando che uno prevalesse sull’altro.


Un momento decisivo del mio percorso è stato l’incontro con il pensiero di Leonardo Ricci, professore alla Facoltà di Architettura di Firenze, architetto e pittore, che in una sua lectio magistralis, nel 1982, quando a Firenze erano vivi i fermenti delle avanguardie di architettura radicale e organica, affermò che «si può fare l’architetto come si fa il pittore». Fu per me una rivelazione: l’idea che professione e arte non dovessero escludersi, ma alimentarsi reciprocamente.


Nella stessa Facoltà, l’insegnamento di Leonardo Savioli e Danilo Santi, formalmente dedicato all’Architettura degli Interni, era in realtà una continua sperimentazione su progetti complessi, spesso a scala urbana, in cui si ricercava una figuratività dello spazio fluida, articolata, libera da metodi precostituiti. Punto, linea, superficie – il segno – erano intesi come concretizzazioni del pensiero umano, gesti ripetibili ma sempre nuovi, capaci di generare variazioni infinite. Ne derivavano strutture leggere, tecnologicamente chiare, in cui la materia, pur presente come traccia dell’umano, non entrava in conflitto con gli elementi geometrici.


La mia ricerca è stata continua, inquieta, talvolta febbrile, sempre legata al piacere del fare e del creare. La definirei paratattica: una modalità compositiva in cui gli elementi si affiancano senza gerarchie rigide, tra aggregazione spontanea e ordine controllato. Come sosteneva Savioli, non esiste un metodo universale di progettazione: ogni progetto richiede il proprio “non-metodo”. Tipologia e metodo precostituito, se imposti a monte, rischiano di annullare il processo evolutivo e creativo.


Accettare l’errore come variabile del processo significa accettare la crisi come condizione della ricerca. Ogni esperienza diventa così un campo di indagine che, attraverso l’astrazione, può condurre al nuovo.


La complessità della società contemporanea e la diversità culturale sono state per me uno stimolo costante a cercare soluzioni sempre diverse. In questo spirito ho partecipato alla creazione di un Partenariato di Cooperazione Italia-Senegal, con l’obiettivo di integrare ricerca, sperimentazione, impresa e produttività nei campi del turismo, dell’ambiente, dell’istruzione e della sanità, promuovendo crescita sociale, occupazione giovanile e rispetto dell’ambiente.


Ho sempre cercato di muovermi con disinvoltura tra architettura e pratica artistica, tentando di dare forma all’evoluzione della vita e delle idee. Viaggiare, per me, non è turismo ma conoscenza: territori desertici, luoghi della classicità greca, per me non nuovi, da osservare e reinterpretare. È una ricerca di stimoli e di arricchimento intellettuale che alimenta il lavoro creativo.


In questo percorso sento una naturale affinità con l’arte di Gustav Klimt, per la sua capacità di tenere insieme struttura e decorazione, rigore e sensualità, ordine e vibrazione: un’arte in cui il segno non è mai solo forma, ma tensione interiore.


Oggi, e questa è solo un’ennesima sfida creativa, una nuova avventura, questa volta letteraria, è dedicata a un aspetto poco noto della storia di Firenze: cercare, trovare, documentare Le porte nascoste di questa città meravigliosa. Un altro modo di continuare a cercare.